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    Progettare: l’importanza del tempo (e del tempismo)

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    Progettare significa anticipare il futuro. Senza però dilatare all’infinito i tempi della realizzazione e della produzione.

    Progettare significa anche introdurre nei processi, ma soprattutto nelle dinamiche del lavoro. Nuove categorie professionali capaci di porre domande nel segno della trasformazione dello status quo.

    Ecco. Questo è il significato, se guardiamo alle nostre spalle, di ciò che è accaduto durante il passaggio da un modello all’altro. Da un sistema di produzione all’altro. Nel campo specifico dell’automotive, in questi ultimi anni ci siamo interrogati spesse volte proprio sul destino dell’automobile.

    Cercando non solo per quanto riguarda il “mezzo”, ma specialmente rispetto al contesto, qualche risposta progettuale di tipo “riformistico”. Ovvero migliorare e qualificare meglio questo settore strategico dell’economia mondiale. Secondo parametri che siano in grado di mantenere esperienze utili del passato, da un  lato,e dall’altro lato, introducano nuovi elementi strutturali e di carattere comportamentale all’interno della nostra vita quotidiana.

    Come scrive Gillo Dorfles, nell’introduzione al volume “Il design come racconto, Mini Design Award BMW Creative Lab”, più di 15 anni di ricerche, progetti e concorsi.

    L’automobile rimane l’unico mezzo di lbertà, ovviamente nel rispetto di tutte le trasformazione tecnologiche e urbanistiche, dove il tema della “sostenibilità”, dovrà essere e declinato e affrontato. E molto utile che l’automobilista, e anche il pedone, sappia quali sono i percorsi, per cui il cittadino eviterà i punti di confluenza eccessivi dove il traffico diventa insostenibile. Tutto ciò significa che, anche in questo settore fondamentale per la vita collettiva,in futuro sarà necessaria più conoscenza e quindi più progettualità”.

    Sarà proprio all’interno di questo tema, sempre in equilibrio tra libertà e necessità di nuove regole, dove si svilupperano nuove competenze e di conseguenza nuove professioni, non solo nei settori tecnologici ma in modo particolare in tutti quegli gli ambiti dove la conoscenza di ciascuno di noi è in grado di anticipare il comportamento degli altri, risolvendo in anticipo eventuali contrasti e impedimenti.

    È un problema di cultura, è un problema di conoscenza. Se sfogliamo il libro citato,troveremo centinaia di proposte e  soluzioni,la maggior parte realistiche,nelle quali al centro c’è proprio questo rapporto tra “io” e il “mondo”, tra la libertà individuale e la necessità di rispettare le regole della collettività.

    C’è ancora molto da lavorare, per cui saranno necessari  nuovi profili professionali,senza dimenticare che la cultura digitale esiste perché esiste, ed esisterà sempre, la cultura analogica.

    — Aldo Colonetti

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