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Non si scrive da soli, non si corre da soli.

Obiettivo3Scuola Holden
Non si scrive da soli, non si corre da soli

Scrivere assomiglia a una staffetta. Si pensa allo scrittore come a una persona sola, piegata sul suo pc, a buttare giù idee, battere sui tasti fino a notte fonda. Una persona chiusa nella sua “stanza tutta per sé”, per citare Virginia Woolf. Una visione romantica del mestiere, ma irrealistica.

Quando si pubblica un testo, si è dentro una catena: c’è chi ha l’idea e chi la scrive – spesso sono la stessa persona, ma non sempre – poi c’è chi la corregge, c’è l’editor che taglia e ricuce, c’è la responsabile marketing che, con tatto, cerca di far capire che il testo va anche venduto, il tutto mentre i correttori di bozze cercano di destreggiarsi tra date sbagliate e refusi. Tutto per arrivare in mano a lettori e lettrici, che di quel lavoro hanno forse una vaga idea.

Una staffetta, appunto, come quella corsa il 12 aprile durante la Relay Marathon dalle quattro squadre di SpecialMente. Anche loro, gli atleti, alla consegna del testimone si devono essere sentiti come un autore che invia la prima bozza alla propria editor di riferimento. Alla fine, il principio è lo stesso. Nella staffetta, il risultato di un atleta dipende dal risultato di chi l’ha preceduto, e condiziona il risultato di chi lo segue. Chi corre è dentro una catena e ha la responsabilità degli altri, come il resto della squadra ha la responsabilità del singolo.

A correre, accanto allo chef Andrea Berton e l’atleta di Insuperabili Paul Mabior, c’era chi era allenato, chi è abituato a vincere tutto e chi non sa neanche cosa sia la competizione. Erano dipendenti di BMW Italia e dell’agenzia M+C Saatchi, uniti sotto la stessa bandiera: quella di Obiettivo3. Persone diverse, unite da un progetto nato per sostenere gli atleti con disabilità, pronte a far squadra e contare le une sulle altre.

Fidarsi, nella staffetta come nella scrittura, non è mai scontato. Richiede di accettare che il risultato finale non dipenderà solo da te. Che qualcuno, dopo di te, farà scelte che tu non hai controllato. Che il testimone che passi potrebbe essere raccolto in modo diverso da come lo avevi immaginato. Che alla fine il tuo lavoro venga vanificato, oppure esaltato.

E lo accetti. È la regola del gioco, l’importante è arrivare insieme al risultato finale, che sia il libro sugli scaffali o la squadra che taglia il traguardo. Poi, si può sempre correre da soli, come si può sempre scrivere un diario da tenere appoggiato sul comodino e basta. Anzi, proprio durante la maratona di Milano, accanto agli staffettisti c’erano tante persone che correvano da sole, cercando di battere i propri record personali. La staffetta non ha questo peso agonistico. Ha qualcos’altro: ha la dimensione del gioco collettivo, della prova condivisa. Ciascuna squadra corre insieme, con un obiettivo che è sia agonistico che solidale. Non dimentichiamocelo, la maratona è accompagnata da una raccolta solidale, non ancora conclusa, che punta a superare la raccolta di due milioni di euro.

Alla fine, ciò che accomuna staffetta e scrittura è l’invisibile. Il lavoro che non si vede, ma fondamentale: quando si prende in mano un libro, non si ha idea della scheda redatta da un lettore e delle riunioni di redazione; quando si vede la squadra tagliare il traguardo, non si pensa agli allenamenti del corridore, che ha lavorato sulla tecnica in modo tale che nessuno, della sua squadra, dovesse aspettarlo impaziente al passaggio del testimone. Alla fine, si guarda solo al risultato: la copertina del libro – che, ricordiamo, qualcuno ha scelto – in vetrina, oppure le foto finali con le medaglie e la maglia di Obiettivo3. È naturale e giusto che sia così, ma ogni tanto vale la pena fermarsi e pensare a tutti i passaggi di mano che hanno portato a tagliare il traguardo.