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Prima di appendere la bici al muro

Obiettivo3Scuola Holden
Prima di appendere la bici al muro

“Quando torniamo a casa ti devo parlare di un’idea”. Alex Zanardi aveva appena finito – anzi per essere precisi aveva vinto con il tempo record di 1:09:15 – la maratona di Roma del 2016. Mentre era in strada, e batteva il suo stesso record, aveva pensato a qualcosa. “Non è ancora il momento di appendere la bicicletta al muro, ma voglio iniziare a fare qualcosa per gli altri”. Stava nascendo Obiettivo 3. Adesso, nel 2026, Obiettivo3 è diventata una realtà riconosciuta. Il suo obiettivo è reclutare, avviare e sostenere persone disabili all’attività sportiva. Sono più di 150 gli atleti e le atlete che nel progetto hanno trovato una casa, con compagni di squadra e coach pronti ad allenarli. Dal 2020 poi è entrato anche a far parte dell’ecosistema di SpecialMente. Ma, all’epoca, Alex non poteva immaginare tutto questo. Al traguardo, a parlare con lui, c’era Barbara Manni, sua cognata e oggi una delle anime del progetto. L’idea di Zanardi partiva da una convinzione: per lui lo sport era ed è un mezzo, un aiuto per rimettere in carreggiata le persone con disabilità. Si è partiti con poco, con cinque atleti di handbike. Poi la scintilla è cresciuta e si sono aggiunti il nuoto, il tiro con l’arco, il paratriathlon e lo scii; sono arrivate le attrezzature in comodato d’uso, gli allenatori, i nutrizionisti, il supporto concreto per gli atleti e le atlete. Ed è arrivato anche Obiettivo Tricolore, la staffetta di Obiettivo3.  Una corsa lungo tutta l’Italia, nata alla fine del lockdown, dopo mesi in cui tutti erano rimasti rinchiusi in casa. Oltre cinquanta atleti paralimpici si passarono il testimone per tremila chilometri, dal lago Maggiore fino a Santa Maria di Leuca, attraverso quarantatré tappe e quattordici regioni. Regioni che, fino a dieci giorni prima della gara, non potevano essere attraversate: la libera circolazione era tornata il 3 giugno, la staffetta è partita il 12.

Sui social e nelle televisioni, la staffetta colpì. Fino a pochi giorni prima era impensabile anche solo passare dalla Liguria al Piemonte, e all’improvviso gli atleti di Obiettivo3 stavano attraversando tutta l’Italia. Di post in post, la notizia arrivò anche al ciclista paralimpico Fabio Radrizzani. In quel periodo, Fabio era chiuso in garage ad allenarsi da solo, per ore e ore. Non appena vide quello che stava succedendo, rimase folgorato. “Vedere quei video mi dava un senso di libertà, di ripartenza. Alex ha dimostrato con questa cosa che, come nell’invalidità, nella vita, in tutto, si può sempre ripartire alla grande. Per me è stato un capolavoro”. Fabio Radrizzani era amputato da cinque anni quando ha iniziato a praticare il paraciclismo. Trent’anni al momento dell’amputazione, trentacinque alla prima gara. Ha imparato quasi da solo, seguendo un ragazzo della zona che andava in handbike. Poi sono arrivate le gare, le vittorie, la carriera in nazionale e il lockdown, con quella staffetta seguita a distanza. Tre anni dopo, nel 2023, Fabio ha incontrato Barbara Manni. Erano ad una gara di Coppa del Mondo: Barbara in tribuna, Fabio in pista. È stato lui ad avvicinarsi e chiederle se poteva partecipare come ospite alla staffetta. Lei ha detto di sì. E così, in poco tempo, Fabio si è trasformato in una presenza fissa nelle attività di Obiettivo3. “Non ho un vero ruolo”, dice. “Sono lì per mettere a disposizione la mia esperienza e essere il più utile possibile, per qualsiasi cosa, per qualsiasi atleta abbia bisogno”. Come per quel ragazzo amputato da poco che, due anni fa, si è avvicinato a lui. Fabio l’ha fatto salire su una handbike per la prima volta. Hanno pedalato insieme, per i primi metri. Poco importava se quel ragazzo era lì per diventare un atleta o solo per provare una volta. È stato fondamentale aver trovato qualcuno lì per lui, disposto ad aiutarlo e a fargli vedere che ci sono delle possibilità per rimettersi in gioco. Tutte cose che, ai suoi tempi, Fabio ha dovuto imparare da solo, ma che ora può condividere con altre persone.

Questo è un po’ lo spirito di Obiettivo3: non tanto crescere professionisti per farli gareggiare – che pure non mancano, visto che alle Paralimpiadi di Parigi si sono qualificati 10 atleti di Obiettivo3 – ma riconoscere nelle persone un potenziale, aiutarle ad immaginarsi nelle vesti di uno sportivo. Gli strumenti sono tanti: il passaparola, i contatti con ospedali e centri di riabilitazione, un sito dove candidarsi. E poi c’è la staffetta stessa, che da un po’ di anni ormai porta il progetto in giro per l’Italia. Fabio si è avvicinato proprio così ad Obiettivo3, e così fanno tanti altri. Ed è anche per aiutare altre persone con disabilità che Fabio continua a gareggiare, senza tirarsi mai indietro. Nell’ultima edizione di Obiettivo Tricolore, nel 2025, si è fatto carico di alcune tra le tappe più difficili. Ha pedalato dalla Puglia alla Basilicata, con 6.000 metri di dislivello. “A settembre, mentre io facevo la staffetta, poteva esserci un ragazzo steso in un letto, appena amputato. Magari per quel ragazzo vedere un matto che ha fatto un trail di tre giorni con 6.000 metri di dislivello potrebbe essere un’ispirazione. Un aiutarlo a ripartire”. Poi, certo, c’è anche l’atleta: quello che non sa stare fermo e che cerca sempre il gradino più alto. È questo che lo spinge a sfide estreme come la Dolomites Hero, una delle gare di mountain bike più difficili del mondo, che ha completato con una gamba sola. Ma non tutti entrano in Obiettivo3 con l’obiettivo di diventare campioni. E Barbara Manni lo sa meglio di chiunque altro. È lei che, dal 2020, tiene insieme i fili del progetto insieme a sua sorella Daniela: gestisce i rapporti con gli atleti, coordina i campus, tratta con gli sponsor, organizza le staffette. Ogni anno incontra decine di persone che arrivano con storie diverse — incidenti, malattie, amputazioni — e ogni anno le vede trasformarsi. Chi entra nel progetto viene seguito e avviato allo sport più adatto; se serve, riceve anche le attrezzature in comodato d’uso. Ma lo scopo, spiega Barbara, non è fare campioni: “Per noi l’importante è che stia bene, che si diverta. Poi, se c’è anche una medaglia, ben venga”.

Alla fine, Obiettivo3 non è una federazione, non è una società sportiva. Ed è per questo che, per loro, lo sport non è il fine, ma il mezzo. Certo, accompagna le persone fino alle Paralimpiadi, senza mai smettere di tenerle per mano, ma il punto non è inseguire le vittorie. Non è neanche creare o seguire un metodo. L’obiettivo è quello di permettere a chiunque si avvicini a Obiettivo3 di trovare la propria strada, di rimettersi in carreggiata e, così facendo, di aiutare gli altri. Alla fine, come dice Barbara, “ogni atleta che inizia un percorso alla fine diventa una storia visibile. E le storie, più di qualsiasi messaggio, hanno la capacità di cambiare lo sguardo delle persone”.

Prima di appendere la bici al muro