Il 12 maggio ho fatto una chiacchierata con Raffaele Pe, che nella vita è un controtenore. Abbiamo parlato di scatole, quelle in cui ci piace incasellare la musica, i film o i libri. Quelle che ci permettono di trovare i film sugli zombie sotto la categoria horror o film per piangere sotto l’etichetta commedia romantica. Ha detto che, secondo lui, queste scatole ci limitano. Io non sapevo bene cosa rispondergli: le scatole sono utili, ci servono, ci aiutano a capire se il biglietto che stiamo comprando ci porterà a un concerto Hardcore Punk o a uno di musica da camera; è anche vero che, quando queste scatole si rompono, si può creare qualcosa di mai visto – o sentito – prima. E Raffaele mi aveva dato una prova abbastanza chiara di questo poco prima della nostra chiacchierata.
Quando abbiamo iniziato a parlare era appena finita la terza serata di Seven Springs | Il suono della Holden: sette concerti, che rientrano tra le attività CSR di BMW Italia, che si tengono alla scuola Holden. Nell’idea di Gloria Campaner e Nicola Campogrande, i direttori artistici, non si tratta di una rassegna qualsiasi. Seven Springs è al suo terzo anno, e in questa occasione si è deciso di dare libertà totale ai musicisti e alle musiciste. E no, non sono i soliti discorsi sulla libertà degli artisti che poi nella pratica non hanno alcun riscontro: i musicisti e le musiciste sono veramente liberi di fare più o meno quello che vogliono sul palco. E Raffaele Pe, insieme al bassista Saturnino, ha deciso di sfruttare questa libertà per provare qualcosa di nuovo, per portare sul palco una band che non si era mai esibita dal vivo.
Premettiamo una cosa: i musicisti di Seven Springs, quest’anno, non hanno una scaletta. O meglio, immagino l’abbiano per loro, ma non devono rispettarla o comunicarla prima. Possono farlo, ma non sono costretti. E anche sui generi hanno totale libertà: nessuno gli impedisce di trasformare un concerto di musica jazz in uno metal. L’unica cosa su cui hanno controllo Campaner e Campogrande sono i musicisti da chiamare. Anche qui, fino a un certo punto.
Per la terza serata ne erano previsti due: per l’appunto Raffaele Pe, controtenore e pianista, e Saturnino Celani, che invece suona il basso elettrico. Solo che sul palco si sono presentati in sei, perché Raffaele e Saturnino hanno deciso di chiamare anche un violinista come Raffaele Tiseo, Gianluca Geremia alla tiorba e Francesco Bodini alle percussioni. Non contenti, hanno portato con loro anche Renzo Vitale, un ingegnere del suono di cui, se avete comprato una BMW di recente, conoscete il lavoro: dal 2017 è responsabile del sound design per BMW, MINI e Rolls Royce, mentre dal 2015 si occupa di progettare il suono dei veicoli elettrici, sempre per BMW.
E quindi, questi sei musicisti – che dovevano essere due – sono saliti sul palco e hanno suonato per più di un’ora e mezza – che doveva essere una – e hanno mischiato elettronica, barocco e pop. Insomma, hanno sfruttato tutta la libertà creativa del palco di Seven Springs per superare le definizioni dei generi. D’altronde, Pe me l’ha detto in modo chiaro: “Il pop, il barocco, la musica classica hanno dei limiti. Per superarli devono iniziare a frequentarsi con altri linguaggi. Ed è così che si scoprono i lati positivi uno dell’altro”. E questo vale per i musicisti, ma anche per il pubblico. Perché io un po’ di pop lo ascolto, l’elettronica non mi dispiace, ma il barocco è qualcosa di cui avevo solo sentito parlare. Eppure la sera, mentre tornavo a piedi a casa, mi sono andato a cercare le varie versioni di Music for a while, il brano del compositore Henry Purcell, per capire la differenza tra l’arrangiamento sentito sul palco della Holden e quello “classico”, se così si può definire. E sono sicuro di non essere stato l’unico, così come sono sicuro che qualche esperto di musica barocca si sia fatto un giro il sabato per le bancarelle del Balon – il mercato dell’usato più grande di Torino – per cercare un vinile di Pino Daniele dopo aver sentito il riarrangiamento di Quando.
Il punto, quando si rompono dei limiti, è che si è costretti a uscire dalla propria zona di comfort. “Bisogna accettare di mettersi in gioco”, mi ha detto Raffaele, ed è stata quella la parte più difficile: non trovare musicisti bravi, ma musicisti che non avessero paura di sperimentare. C’è voluto un po’, ma alla fine ha trovato le persone giuste. Una volta trovati i musicisti serviva solo un palco adatto, uno che permettesse di sperimentare, di portare questo progetto al pubblico senza bisogno di rientrare in una scatola precisa. E, come ha detto Raffaele appena salito sul palco, “questa festa della libertà non poteva che iniziare qui”, a Seven Springs.



