Avrei voluto conoscere Emiliano prima. Anzi, avrei voluto fargli conoscere un mio amico, che chiameremo Roberto. Secondo me si sarebbero piaciuti, tutti carichi d’energie com’erano: Emiliano, con quella forza e voglia di ricominciare e di aiutare gli altri a mettersi in corsa, Roberto con quella curiosità che lo portava a provare di tutto, a buttarsi nelle attività più strane.
Secondo me, se avessi intervistato Emiliano qualche anno fa, avrei raccontato subito a Roberto della sua storia. Mi immagino il dialogo. Io e Roberto seduti al tavolo di casa nostra, io con la mia tazzina di Mr. Panda e lui con la sua della Roma: «Sai, devo scrivere un articolo su questo Emiliano Malagoli, che è un motociclista, ha avuto un incidente qualche anno fa e ha perso la gamba».
«Poveraccio».
«Eh sì, ma poi tempo un anno e un mese e stava di nuovo in moto. Mugello 2012. Finita la gara sai che ha pensato? Ha detto: “Che figata”. E poi ha aggiunto: “Chissà se ci sono altri che hanno la mia stessa voglia, la mia stessa pazzia, la mia stessa passione per il motociclismo nonostante queste difficoltà”. E allora ha creato questo progetto, Diversamente Disabili, per rimettere in moto le persone dopo una malattia o un incidente. O anche chi ha una disabilità da sempre e non ha mai guidato».
Qui Roberto si sarebbe zittito per qualche secondo. Avrebbe finito il suo caffè e poi mi avrebbe guardato con la sua faccia da idea matta.
«Andiamo a vedere una loro corsa».
Saremmo partiti da casa per raggiungere Emiliano e il suo team, e lì immagino che ci avrebbe parlato di quanto è bello vedere la gente rimettersi in moto.
«Sono soddisfatto ogni volta che rimetto un ragazzo in sella. Per me è importante che tornino a casa come persone diverse, soddisfatte. Sapete», avrebbe aggiunto, «c’è un episodio che mi è rimasto dentro. Un ragazzo aveva perso una gamba da poco ed è venuto a fare il corso di guida. La mamma era impaurita. È stata tutto il giorno in disparte a guardarlo, un po’ schiva, senza cercare contatti. Era spaventata, si vedeva negli occhi, ma allo stesso tempo si vedeva che era emozionata nel rivedere sorridere suo figlio, dopo un anno che non riusciva più a ridere, perché gli mancava la moto. A fine giornata è venuta da me e da Chiara Valentini – l’altra fondatrice di Di.Di. -, ci ha abbracciato e ci ha detto: grazie di avermi ridato mio figlio».
A quel punto avremmo fatto un giro, ci avrebbe presentato alcuni dei ragazzi e delle ragazze, magari Roberto avrebbe anche chiesto di fare un giro in moto – tolgo il magari, l’avrebbe chiesto sicuramente -, e io sarei rimasto a chiacchierare ancora con Emiliano mentre lo vedevo sfrecciare.
In quel momento gli avrei chiesto per chi è più facile salire in moto. «Per chi è nato con una disabilità il percorso è più facile, perché la disabilità è un problema minore. Per chi ci diventa, invece, è un percorso più lungo: devi insegnare quasi da zero, riandare a rielaborare tutto il meccanismo in maniera diversa».
Poi, avremmo iniziato a parlare di altro, dei progetti nelle scuole per esempio, dell’educazione stradale. In quel momento immagino Roberto tornare da noi e sentire Emiliano raccontare di come gira per le scuole italiane per raccontare la propria esperienza. «Se oggi sono qua a parlare con voi è perché qualcuno ha deciso che non dovevo essere morto. Per questo lo dico sempre ai ragazzi: siete pronti, da domani, per un vostro errore, a causare a voi stessi o al vostro migliore amico, la stessa cosa che è successa a me? Vivreste con quel rimorso?». Roberto avrebbe sentito anche Emiliano aggiungere che non è coraggioso guidare dopo aver bevuto, che va bene essere chiamati codardi perché non si vuole salire in macchina con qualcuno ubriaco. L’avremmo ascoltato, ci avrebbe detto di quanto è bello incontrare i giovani, di come è felice dei partner che gli permettono di girare l’Italia, e poi l’avremmo salutato. Saremmo tornati a casa, soddisfatti della giornata.
Purtroppo Roberto non l’ha sentita, quella frase sul coraggio e sul non guidare da ubriachi, ma sono felice che tanti altri ragazzi lo facciano. Penso che, se Roberto avesse incontrato Emiliano, forse, ci avrebbe pensato un po’ prima di salire sulla sua moto dopo quella serata. Magari adesso saremmo ancora a raccontarci dei nostri lavori, seduti al tavolo di casa. Io con una tazzina di Mr. Panda, lui con quella della Roma.


